COL SUO ULTIMO LIBRO, IN DIALOGO CON EMANUELE SEVERINO, CAPANNA CERCA NELLA PROFONDITÀ DI ANALISI DELLA FILOSOFIA CONTEMPORANEA GLI STRUMENTI DI LOTTA POLITICA CONTRO L’APPARATO. MA PIÙ CHE COL FILOSOFO BRESCIANO GLI CONVERREBBE CONFRONTARSI CON CARLO SINI: L’OPERA DEL PROFESSORE MILANESE OFFRE INFATTI, DIETRO GLI APPARENTI ACCADEMISMI E IL LINGUAGGIO SPECIALISTICO DELLA FILOSOFIA TEORETICA, UNA PIATTAFORMA STRATEGICA CONTRO IL DOMINIO DELLA TECNICA NELL’EPOCA DELLA GLOBALIZZAZIONE
di Giuliano Conti
Alla «controcultura» che vuole rinnovare il proprio bagaglio filosofico e affilare le proprie armi intellettuali non passerebbe probabilmente mai per la testa di poter attingere a piene mani dall’opera di Carlo Sini, il più sobrio e defilato dei grandi pensatori italiani (rare comparsate televisive, solo qualche collaborazione coi quotidiani, come col Corriere della sera in tempi ormai remoti) e, apparentemente, il più lontano dall’impegno politico (mai candidato ad alcuna elezione, neppure europea o amministrativa, l’unica «nomina» che può vantare è tra i luminari dell’Accademia dei Lincei). Ma nel «Pentateuco» della filosofia teoretica italiana (Cacciari, Severino, Sini, Vattimo, Vitiello) Sini appare oggi quello più impegnato nel tentativo di combattere l’Apparato (quel dominio socio-economico-culturale, promosso globalmente dalla Tecnica, tanto sottile e invisibile quanto insidioso e capillare) attraverso una concreta prassi rivoluzionaria che fa leva su un’operazione genealogica di «smantellamento» e «decostruzione» dei fondamenti politico-culturali dell’Occidente.
DALLA TEORESI ALLE IMPLICAZIONI ETICO-POLITICHE
Con gli altri quattro giganti del «Pentateuco» Sini ha in comune la generale impostazione ermeneutica (quello sfondo nietzschiano-heideggeriano che è stato un must per la filosofia italiana degli anni Settanta) condita però da un vivace apporto del pensiero di Spinoza (Archivio Spinoza. La verità e la vita, Mimesis 2005) che dà un tocco squisitamente politico e vagamente «eversivo» (culturalmente parlando) alla sua proposta teorica. Come Derrida, nell’arco della sua produzione filosofica, Sini si è inizialmente concentrato su questioni (la nozione di «segno», la fenomenologia della voce e della scrittura, il problema della «verità») apparentemente «solo» teoretiche e lontane dall’«impegno», ma in verità gravide di conseguenze etico-politiche, di cui il filosofo milanese, nelle ultime opere, tira coerentemente le fila. Per questo non sembra affatto un consiglio stravagante suggerire a Mario Capanna di confrontarsi sui massimi sistemi e sui fondamenti ultimi della cultura occidentale con Carlo Sini anziché con Emanuele Severino, con cui l’ex leader sessantottino tesse un fitto dialogo nel libro, pubblicato quest’anno da Baldini Castoldi Dalai, Coscienza globale. Oltre l’irrazionalità moderna. Severino, infatti, seppure non abbia nulla da invidiare a Sini in quanto alla profonda elaborazione teoretica e all’interpretazione dell’epoca contemporanea (questione della Tecnica in testa), non sembra offrire concrete prospettive di lotta politica, o quanto meno strategie culturali, all’altezza dei problemi che essa pone.
UNA STRATEGIA IN ATTO
Per troppo tempo lettori ed esegeti di Sini (mi riferisco ad alcuni articoli sparsi su riviste filosofiche, non esistendo ancora una vera bibliografia in merito) hanno trascurato la natura profondamente politica della sua «impresa» filosofica, che è invece venuta in luce e ha iniziato a delinearsi abbastanza chiaramente già dalle opere dei primi anni Novanta. Il nome di Sini è infatti rimasto a lungo legato ai temi della «semiotica» e della «scrittura»: è stata così sottovalutata la componente politica delle sue genealogie, componente rimasta forse in parte soffocata dal consistente armamentario teoretico che accompagna tutta l’opera siniana – si tratta però di un armamentario filosofico che, va notato, non è più complesso e arduo di quello di Severino e che è semmai a tratti più chiaro e accessibile, una volta che si sia presa familiarità con le principali tematiche che ne animano la struttura argomentativa. Ma a differenza di Severino, Sini si è impegnato a elaborare contro l’Apparato tecnico-economico-politico una vera e propria strategia (una «prassi di nuovo genere» direbbe Husserl) la cui piattaforma è già all’opera in quell’imponente insieme di tomi che è Figure dell’Enciclopedia Filosofica (sei volumi pubblicati da Jaca Book tra il 2004 e il 2005).
PER UNA LETTURA POLITICA DI SINI
Chi volesse accostarsi alle analisi filosofiche di Sini, leggendole in chiave politica, potrebbe partire da La libertà, la finanza, la comunicazione (Spirali, 2001), dove il nesso tra lotta politica e filosofia teoretica è più evidente. Vi sono poi gli ultimi due volumi di Figure dell’Enciclopedia Filosofica, ovvero La virtù politica. Filosofia e antropologia (2005) e Le arti dinamiche. Filosofia e pedagogia (2005), in cui, con un taglio antropologico oltre che teoretico, è messa all’opera un’approfondita quanto dirompente genealogia (in stile Foucault) del potere politico e delle «pratiche» di sapere e di parola che vi sono connesse. Ma le opere più «impegnate» sono quelle per ora edite unicamente da Cuem, La materia delle cose. Filosofia e scienza dei materiali (2004) e Del viver bene. Filosofia ed economia (2005), in cui Sini smonta la teoria del liberismo, indagandone i fondamenti teoretici e snidandone i presupposti ideologici, per poi elaborare una genealogia dell’«homo economicus», dai primordi all’epoca contemporanea, che rimette in discussione le tradizionali nozioni di «scambio», «individuo» e «mercato» sulle quali si basa l’armamentario teorico del liberismo. Ma è La materia delle cose a offrire un esempio concreto della strategia siniana.
LA DECOSTRUZIONE DELL’IDEOLOGIA
Il punto di partenza è questo: la scienza si avvia ormai a trasformarsi completamente in tecnoscienza, ricerca finalizzata alle sue applicazioni tecniche guidata da esigenze economiche (sono sempre più gli interessi del capitale finanziario a dirigere e orientare la ricerca stanziando fondi per progetti economicamente remunerativi, come farmaci, tecnologie e nuovi prodotti da piazzare sul mercato) incidendo sempre più profondamente sul globo terrestre (sia con innovazioni tecnologiche sia con politiche economiche su scala planetaria) e sulla vita dei suoi abitanti, ridotti sempre più a ingranaggi (consumatori-propulsori) di questo Meccanismo. Tale Apparato è sorretto da una conforme «visione del mondo» - alla quale scienziati e ingegneri vengono istruiti e sulla base della quale si formano professionalmente - che ha le sue radici nella storia della cultura occidentale, nel suo linguaggio e nelle sue «scritture». Salvo che questa «visione del mondo» (che abita tutti i «saperi» dell’Occidente, sia scientifici che umanistici) è, come la filosofia contemporanea da più di un secolo ha messo in luce, profondamente ideologica («metafisica» direbbe Heidegger, «logocentrica» direbbe Derrida) in quanto veicolata da un linguaggio, da concetti e da nozioni «storicamente determinati» (contingenti e relativi) e dogmaticamente assunti come ovvie e pacifiche verità. E’ allora su questo piano che per Sini è anzitutto necessario operare, attraverso una decostruzione dell’ideologia implicita nell’attuale formazione scientifica e professionale: un altro mondo non è possibile se anzitutto scienziati e ingegneri continuano ad avere nella testa quella rappresentazione ideologica della realtà che la nostra cultura, in modo involontariamente dogmatico, propina loro dalla scuola elementare alla formazione universitaria. La materia delle cose. Filosofia e Scienza dei materiali offre quindi una documentata critica alla formazione professionale degli attuali ingegneri, i quali vengono educati nei Politecnici a una disciplina accademica (la Scienza dei Materiali) che è un vero coacervo di ideologie e presupposti dogmatici non privi di ricadute sul piano politico e, più in generale, sulla vita globale della popolazione mondiale (è infatti proprio su questi presupposti ideologici, dati come ovvii e mai messi in discussione, che gli ingegneri impiantano la loro prassi, volta a trasformare sempre più profondamente il globo terrestre). La «decostruzione» dell’ideologia implicita nella Scienza dei Materiali è condotta con i consolidati strumenti del bagaglio teoretico-concettuale di Sini, che muove dalla rappresentazione del mondo che essa offre nel cosiddetto «ciclo dei materiali e delle risorse»: una rappresentazione ideologica, basata sui tipici dogmi del «naturalismo» e dell’«oggettivismo», ma spacciata ai futuri ingegneri come descrizione del mondo «in sé», ovvero per come esso sarebbe «in natura»; Sini mostra come in essa il rapporto teoria-prassi sia surrettiziamente invertito e dunque come quella teoria e «visione» del mondo e del suo funzionamento – lungi dall’essere una «verità necessaria», ossia una rappresentazione della realtà «in sé» - dipenda invece proprio dalla prassi umana, dalle concrete «pratiche» scientifico-tecnologiche messe in opera sulla base di interessi contingenti e relativi. Dopo aver dissodato i fondamenti di tale disciplina, così conclude l’autore in un linguaggio quanto mai chiaro e diretto: «Sono gli stati nazionali, sono i cartelli internazionali delle società produttrici e distributrici, sono gli interessi del capitale finanziario, è la logica del mercato e della borsa mondiale che, come abbiamo compreso, decidono via via quali sono i “materiali”, le loro “riserve”, le loro “fonti” preferibili, le loro elaborazioni tecnologicamente vantaggiose, i modi, i tempi e soprattutto i luoghi dei loro smaltimenti nocivi. Quindi il reale ciclo dei materiali non è affatto esaurito dallo schema che abbiamo sotto gli occhi: questa è una tipica finzione del naturalismo “oggettivistico” ed è una menzogna che ricopre una realtà ben più complessa: una realtà essenzialmente “politica” che ha in sé elementi esplosivi di conflittualità largamente “soggettivi” (niente affatto necessari o immodificabili) e storicamente contingenti […]. Ecco come la giusta e condivisibile preoccupazione di diffondere tra i giovani (e non solo) la cultura scientifica si traduce in una mostruosità culturale e in una per altro involontaria trasmissione di spirito dogmatico e acritico» (La materia delle cose, pp. 43-45). Viene qui chiaramente in luce il profondo intento che muove la più imponente opera di Carlo Sini, i sei volumi di Figure dell’Enciclopedia Filosofica: quello di elaborare una nuova «enciclopedia dei saperi», rifondando genealogicamente la cultura umanistica e scientifica e liberandola dai presupposti ideologici e dogmatici («metafisici» e «logocentrici») che ancora la abitano nel profondo e che agiscono nel suo tessuto restando inavvertiti. La prassi rivoluzionaria passa cioè attraverso quella che Wittgenstein avrebbe definito una «purificazione» del linguaggio dalle sue incrostazioni dogmatiche e storicamente determinate. Si tratta dunque di una rifondazione del sapere (lungi da qualsiasi intento «fondativo» in senso classico) che mira a una formazione (culturale ma anche scolastica) intesa come costante esercizio anti-ideologico di liberazione dai dogmi e dalle superstizioni storico-culturali scambiati per verità «in sè». È ciò che Sini chiama «rivoluzione etica» (cfr. Etica della scrittura, Il saggiatore, 1992) dove «etica» non sta per «morale» bensì per ethos (formazione, costume, habitus). Un ethos che sappia far fronte alle insidie dell’Apparato e alla strumentalizzazione biopolitica operata dal sistema scientifico-tecnico-economico ormai planetario, decostruendone il fondamento ideologico e il funzionamento interno. Compito quanto mai urgente, poichè «nella globalizzazione scientistica e capitalistica – si legge in Le arti dinamiche, p. 204 – è all’opera l’intento della palese regolamentazione dell’intera kinesis sociale: determinare la produzione e la riproduzione degli individui sociali secondo il criterio quantitativo dell’incremento lineare progressivo (moto uniformemente accelerato, se mai fosse possibile). A favore naturalmente di chi già ne detiene i vantaggi; spudoratamente e cinicamente a favore, ma con l’aggiunta, largamente bugiarda ma buona per gli illusi e per gli sciocchi, che questo sia infine il “bene” dell’intera umanità (sempre futura)».
Vi stupite che queste siano parole di Carlo Sini, emerito e distinto professore di Filosofia Teoretica dell’Università di Milano, brillante conferenziere e profondo conoscitore della opere di Platone e della semiotica peirceana, nonché Accademico dei Lincei? Ma è sufficiente addentrarsi nei suoi percorsi teoretici, superando la diffidenza verso il sofisticato linguaggio filosofico, per trovare, anche nelle sue opere più insospettabili e apparentemente lontane dall’orizzonte politico, gli strumenti di una rivoluzione ancora tutta da fare.
Ogni enciclopedia si propone di fornire una sistemazione ordinata e coerente alla totalità dei saperi; l’enciclopedia Transito verità è forse l’unica enciclopedia che domanda quale sapere possa ordinare in maniera sistematica tutti gli altri, e dove quello debba collocarsi rispetto a questi, se tra di essi o al loro esterno. L’ultima opera di Carlo Sini, che fino ad ora si è articolata in sei volumi, i quali compendiano i rapporti della filosofia con altrettante discipline e ambiti tematici, è dunque un’opera per sua natura chiamata a render conto del proprio evento, e ad esplorarne le possibilità di significato a partire dall’indagine sulla sua origine. Proprio la problematicità coinvolta in questa sfida richiede all’opera di Sini di possedere una forte coerenza interna e anzi, per almeno due ordini di motivi diversi, è possibile affermare che si tratta del progetto più sistematico e organicamente comprensivo fino ad ora perseguito dal filosofo teoretico, nonché certamente uno tra quelli di più ampio respiro. Il primo motivo è che l’intero progetto si giova di una conduzione unitaria e compatta, costantemente ispirata dall’inesauribile esercizio di una vigorosa ma sottile pratica di ricerca genealogica. Quest’ultima è complessivamente intesa come navigazione in viaggio verso le origini dei saperi, come archeologia del senso: uno scavo che consente di seguire a ritroso il processo di stratificazione del pensiero, fino a far affiorare la valenza più primitiva e magmatica di quella nozione di verità che ci troveremmo altrimenti consegnata come cristallizzata e scontata. La genealogia si articola qui principalmente attraverso la cooperazione di tre differenti strategie: la prima, critica e decostruttiva, consiste nell’auscultare con il martello di Nietzsche la solidità dell’edificio dei saperi contemporanei, in modo da radiografarne le cavità, e scoprire le aporie, i paradossi e le superstiziose assunzioni sulle quali irriflessivamente le scienze e il senso comune erigono le propria fondamenta; la seconda, ermeneutica e semiotica, incalza un confronto con i luoghi archetipici del mito pre-filosofico, o della tradizione filosofica, o della letteratura scientifica, per lasciar emergere il canovaccio delle rispettive invenzioni narrative, insieme con la rete di motivazioni interne che determinano i loro impianti giustificativi; la terza, di orientamento pragmatistico e fenomenologico, è quella che riconduce gli oggetti filosofico-scientifici all’universo delle pratiche e all’abisso della ragione desiderante che lo anima: si tratta cioè dell’orizzonte cogente, ma sempre immanente, di un sostrato di abitualità intersoggettive e di usi pubblicamente condivisi che può direzionare l’orientamento teleologico della civiltà umana, conducendo quest’ultima a transitare attraverso quelle grandi soglie storico-epocali che segnano l’inizio e la fine di altrettante fasi fondamentali del suo sviluppo. Il succedersi irreversibile di queste soglie, però, non va considerato unicamente come una linea orizzontale su cui si dispongono sequenzialmente le fasi storiche o le rispettive soglie socio-politiche e culturali. Sini ci ricorda che il significato di ciascuna soglia o fase possibile può individuarsi soltanto traboccando da una differenza da una radicale interruzione, cioè dall’evento che viene inscritto dalla soglia nella storia: con la verticalità inattesa del suo accadere, ogni soglia storica o filosofica incide il segno della discontinuità più assoluta; è così che essa diviene produttrice delle proprie condizioni di insorgenza, retroflettendo il suo significato sulle soglie che l’hanno preceduta, rideterminandole tutte, e istituendo quindi, come pura distanza, il luogo senza luogo di una loro nuova origine. E’ per questo motivo che la genealogia, la ricerca dell’origine, non può dirsi veramente riuscita, e anzi non è propriamente mai iniziata, se non quando raggiunge il soggetto che opera la genealogia stessa, consumandolo nel movimento della sua stessa interrogazione: sollecitata da questa consapevolezza, l’opera di Sini non si esaurisce con l’esibizione dei limiti e della specificità culturale dell’edificio delle scienze europee, ma sottolinea anche come la stessa interrogazione sulle differenze costitutive fra tradizioni e saperi lontanissimi sia tutta quanta interna alla medesima circolazione dei saperi della tradizione filosofico-scientifica; tanto che circoscrivere l’ambito e i poteri della verità occidentale non implica il potersi collocare all’esterno di essa, sottraendosi al suo discorso, ma anzi frequentare più intensamente, dal suo interno, la domanda sulla sua stessa origine e sulle sue condizioni.
Il secondo motivo di sistematicità è che la fisionomia multiforme degli argomenti, dei temi e dei settori disciplinari investigati è intramata da una complessa geometria di figure speculative, di relazioni concettuali e di rimandi retorici, che si rincorrono con regolarità ritmica nel susseguirsi dei libri e all’interno di ciascuno di essi, formando una topografia armoniosa di segrete simmetrie, formazioni teoretiche e motivi lessicali ricorrenti, che possono essere considerati come deducibili linearmente ognuno dal precedente, oppure liberamente dislocabili in un estuario complessivamente aperto e passibile di ulteriori ramificazioni. La vocazione architettonica (o meglio: sinfonica) del progetto ritiene in sé, implicitamente, la memoria di altre celebri enciclopedie filosofiche: e principalmente, forse, di quella hegeliana, con la quale condivide il movimento diacronico di una narrazione nella quale si esplica il dipanarsi delle avventure del pensiero, seguito nel suo trascolorare in quelle figure e in quegli sfondi presso cui esso, di volta in volta, si incarna o dai quali, dialetticamente, si distacca. A differenza di quel che succede con l’impianto hegeliano dell’Assoluto, però, il percorso di Sini non si chiude mai in un definitivo acquietarsi dello Spirito che ritorna pienamente in se stesso e, piuttosto, si espone alla domanda sulle proprie condizioni di possibilità, abitando l’impegno di un’interrogazione costitutivamente errante, inconclusa, da intendersi come occasione di sempre rinnovato approfondimento problematico e di radicale discussione dei fondamenti del sapere contemporaneo. Per altro verso Transito verità eredita alcuni importanti motivi del progetto husserliano di un’enciclopedia fenomenologica dei saperi, di cui condivide l’attenzione per la polarità materiale dell’esperienza vivente, che va attinta nel fondo delle operazioni concrete, nella pragmatica di quegli atteggiamenti di fronte ai quali si rende disponibile la costituzione degli oggetti di conoscenza scientifica. Richiamandosi al progetto husserliano, e complementandolo con le istanze teoretiche del marxismo e del relazioniamo, lo stesso Enzo Paci, maestro di Sini, perseguì un simile progetto, cui diede una forma soprattutto nella sua ultima grande opera, del 1973, Idee per un’enciclopedia fenomenologica; leggendo il lavoro paciano subito dopo quello di Sini è impossibile non notare l’aria di famiglia che accomuna i due stili di ricerca, così come, al tempo stesso, non ci si può non accorgere di come il discorso di Sini si sia sviluppato seguendo una traiettoria in buona parte autonoma e alternativa. Abbiamo interrogato lo stesso Carlo Sini su questo punto.
Professor Sini, potrebbe esplicitare i caratteri di continuità e di differenza che avvicinano, o che contrappongono, il suo lavoro a quello precedentemente avviato da Paci?
Il progetto di Paci era un progetto che si riconduceva all’idea di fondazione fenomenologica e quindi di ricostituzione delle strutture dei saperi a partire dal mondo del precategoriagale, a partire dal mondo dell’esperienza vissuta, della Lebenswelt: per Paci si trattava insomma di rinvenire nell’esperienza della Lebenswelt le radici dei vari saperi nelle loro articolazioni storiche. Si tratta naturalmente di un progetto molto importante, un progetto che io stesso ho perseguito seguendo il magistero di Paci, dal quale ho imparato molto. La mia obiezione, o la mia differenza, consiste nel non essere convinto che si possa regredire ad un terreno di fondazione in qualche misura precategoriale e stabile, ma che di volta in volta noi decidiamo cos’è il precategoriale e cosa il categoriale; per questo motivo l’idea di enciclopedia che io invece seguo è quello di un esercizio circolare, cioè un labirinto dei saperi che si ricostituiscono in una scrittura che costantemente rimette in gioco se stessa.
La ricerca di Paci assumeva talvolta il carattere del diario, cioè di una forma di scrittura autobiografica che ha in primo luogo il carattere della contingenza storica e temporale, e poi anche un carattere personale-individuale. Non vi è anche nel Suo modo di condurre l’enciclopedia un richiamo al motivo di una scrittura narrante che testimonia della vita del proprio soggetto scrivente?
Indubbiamente per Paci la questione del diario è importante, e anche sottile e molto profonda, perché si ricollega secondo me al tema dell’essere presenti, in carne ed ossa e in prima persona, a quel che si fa qui e ora: si tratta di un tentativo di ricostruzione del soggetto come soggetto concreto, prendendo quindi distanza da ogni soggetto mitico idealizzato, come si dice nella Crisi delle scienze europee: il soggetto Fichte, il soggetto Kant… Non questo soggetto evidentemente, ma io stesso che sono qui impegnato nella temporalità del mio consumo, che è un altro tema importante di Paci: la concretezza del soggetto si ha nel consumo temporale che caratterizza la mia esistenza, ed ecco dunque la declinazione fenomenologica ed esistenzialistica del cammino di Paci. Si capisce, per questo, come il tema del diario non sia affatto uno psicologismo o un soggettivismo accidentale, ma anzi la rivendicazione della concretezza delle operazioni. Quindi quelle che si fanno in prima persona, quelle che compio proprio io. Tutto ciò è assai importante, ma rispetto a questo io insisto invece su ciò che ritengo ancora più importante: si tratta della questione genetica e genealogica, di matrice - diciamo - grosso modo nicciana. Quello che per me assume rilevanza maggiore non è tanto il fatto che io in carne ed ossa faccio queste operazioni, ma piuttosto la domanda è: da dove vengono queste operazioni? E da quali operazioni deriva il mio stesso io che domanda di esse? Quindi il diario diventa piuttosto, nella mia accezione, una “auto-bio-grafia”, cioè una riscrittura della propria vita a partire dalla domanda genealogica.
Non è forse vero, però, che ogni enciclopedia è per sua stessa natura un’impresa collettiva, intersoggettiva e, almeno formalmente, impersonale? E d’altra parte sembra essere sempre una persona, un soggetto filosofico, l’autore che scrive l’enciclopedia.
Sì e no. E’ sempre una persona per l’anagrafe, e sono sempre una moltitudine di persone per la genealogia. Si tratta proprio del tema al quale ho dedicato il mio ultimo lavoro su Spinoza, e che dovrebbe uscire in volume [Carlo Sini, Archivio Spinoza. La verità e la vita, Edizioni Ghibli, Milano – NdC]. Il tema di questa ricerca su Spinoza è: chi parla? Parla Spinoza, parlo io, e parla un’infinità di voci. Quindi c’è una verità pubblica per il soggetto, e poi c’è un evento della verità pubblica in cui sta il soggetto, un evento che è invece una molteplicità di voci, ma che non si può mai ridurre al significato pubblico, perché di fatto - pur dandosi a vedere nel pubblico - non si può distinguere, in quanto originariamente molteplice, all’interno del suo significato.
(tratto dalla rivista Chora)