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Il circolo dei saperi nell'opera di Carlo Sini

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Utente: Mancinelli
Nome: collettivo 'POLITICHE DELLA SCRITTURA'

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martedì, 03 ottobre 2006
APPELLO A MARIO CAPANNA: CONTRO L'APPARATO MEGLIO SINI DI SEVERINO

COL SUO ULTIMO LIBRO, IN DIALOGO CON EMANUELE SEVERINO, CAPANNA CERCA NELLA PROFONDITÀ DI ANALISI DELLA FILOSOFIA CONTEMPORANEA GLI STRUMENTI DI LOTTA POLITICA CONTRO L’APPARATO. MA PIÙ CHE COL FILOSOFO BRESCIANO GLI CONVERREBBE CONFRONTARSI CON CARLO SINI: L’OPERA DEL PROFESSORE MILANESE OFFRE INFATTI, DIETRO GLI APPARENTI ACCADEMISMI E IL LINGUAGGIO SPECIALISTICO DELLA FILOSOFIA TEORETICA, UNA PIATTAFORMA STRATEGICA CONTRO IL DOMINIO DELLA TECNICA NELL’EPOCA DELLA GLOBALIZZAZIONE

di Giuliano Conti

Alla «controcultura» che vuole rinnovare il proprio bagaglio filosofico e affilare le proprie armi intellettuali non passerebbe probabilmente mai per la testa di poter attingere a piene mani dall’opera di Carlo Sini, il più sobrio e defilato dei grandi pensatori italiani (rare comparsate televisive, solo qualche collaborazione coi quotidiani, come col Corriere della sera in tempi ormai remoti) e, apparentemente, il più lontano dall’impegno politico (mai candidato ad alcuna elezione, neppure europea o amministrativa, l’unica «nomina» che può vantare è tra i luminari dell’Accademia dei Lincei). Ma nel «Pentateuco» della filosofia teoretica italiana (Cacciari, Severino, Sini, Vattimo, Vitiello) Sini appare oggi quello più impegnato nel tentativo di combattere l’Apparato (quel dominio socio-economico-culturale, promosso globalmente dalla Tecnica, tanto sottile e invisibile quanto insidioso e capillare) attraverso una concreta prassi rivoluzionaria che fa leva su un’operazione genealogica di «smantellamento» e «decostruzione» dei fondamenti politico-culturali dell’Occidente.

DALLA TEORESI ALLE IMPLICAZIONI ETICO-POLITICHE

Con gli altri quattro giganti del «Pentateuco» Sini ha in comune la generale impostazione ermeneutica (quello sfondo nietzschiano-heideggeriano che è stato un must per la filosofia italiana degli anni Settanta) condita però da un vivace apporto del pensiero di Spinoza (Archivio Spinoza. La verità e la vita, Mimesis 2005) che dà un tocco squisitamente politico e vagamente «eversivo» (culturalmente parlando) alla sua proposta teorica. Come Derrida, nell’arco della sua produzione filosofica, Sini si è inizialmente concentrato su questioni (la nozione di «segno», la fenomenologia della voce e della scrittura, il problema della «verità») apparentemente «solo» teoretiche e lontane dall’«impegno», ma in verità gravide di conseguenze etico-politiche, di cui il filosofo milanese, nelle ultime opere, tira coerentemente le fila. Per questo non sembra affatto un consiglio stravagante suggerire a Mario Capanna di confrontarsi sui massimi sistemi e sui fondamenti ultimi della cultura occidentale con Carlo Sini anziché con Emanuele Severino, con cui l’ex leader sessantottino tesse un fitto dialogo nel libro, pubblicato quest’anno da Baldini Castoldi Dalai, Coscienza globale. Oltre l’irrazionalità moderna. Severino, infatti, seppure non abbia nulla da invidiare a Sini in quanto alla profonda elaborazione teoretica e all’interpretazione dell’epoca contemporanea (questione della Tecnica in testa), non sembra offrire concrete prospettive di lotta politica, o quanto meno strategie culturali, all’altezza dei problemi che essa pone.

UNA STRATEGIA IN ATTO

Per troppo tempo lettori ed esegeti di Sini (mi riferisco ad alcuni articoli sparsi su riviste filosofiche, non esistendo ancora una vera bibliografia in merito) hanno trascurato la natura profondamente politica della sua «impresa» filosofica, che è invece venuta in luce e ha iniziato a delinearsi abbastanza chiaramente già dalle opere dei primi anni Novanta. Il nome di Sini è infatti rimasto a lungo legato ai temi della «semiotica» e della «scrittura»: è stata così sottovalutata la componente politica delle sue genealogie, componente rimasta forse in parte soffocata dal consistente armamentario teoretico che accompagna tutta l’opera siniana – si tratta però di un armamentario filosofico che, va notato, non è più complesso e arduo di quello di Severino e che è semmai a tratti più chiaro e accessibile, una volta che si sia presa familiarità con le principali tematiche che ne animano la struttura argomentativa. Ma a differenza di Severino, Sini si è impegnato a elaborare contro l’Apparato tecnico-economico-politico una vera e propria strategia (una «prassi di nuovo genere» direbbe Husserl) la cui piattaforma è già all’opera in quell’imponente insieme di tomi che è Figure dell’Enciclopedia Filosofica (sei volumi pubblicati da Jaca Book tra il 2004 e il 2005).

PER UNA LETTURA POLITICA DI SINI

Chi volesse accostarsi alle analisi filosofiche di Sini, leggendole in chiave politica, potrebbe partire da La libertà, la finanza, la comunicazione (Spirali, 2001), dove il nesso tra lotta politica e filosofia teoretica è più evidente. Vi sono poi gli ultimi due volumi di Figure dell’Enciclopedia Filosofica, ovvero La virtù politica. Filosofia e antropologia (2005) e Le arti dinamiche. Filosofia e pedagogia (2005), in cui, con un taglio antropologico oltre che teoretico, è messa all’opera un’approfondita quanto dirompente genealogia (in stile Foucault) del potere politico e delle «pratiche» di sapere e di parola che vi sono connesse. Ma le opere più «impegnate» sono quelle per ora edite unicamente da Cuem, La materia delle cose. Filosofia e scienza dei materiali (2004) e Del viver bene. Filosofia ed economia (2005), in cui Sini smonta la teoria del liberismo, indagandone i fondamenti teoretici e snidandone i presupposti ideologici, per poi elaborare una genealogia dell’«homo economicus», dai primordi all’epoca contemporanea, che rimette in discussione le tradizionali nozioni di «scambio», «individuo» e «mercato» sulle quali si basa l’armamentario teorico del liberismo. Ma è La materia delle cose a offrire un esempio concreto della strategia siniana.

LA DECOSTRUZIONE DELL’IDEOLOGIA

Il punto di partenza è questo: la scienza si avvia ormai a trasformarsi completamente in tecnoscienza, ricerca finalizzata alle sue applicazioni tecniche guidata da esigenze economiche (sono sempre più gli interessi del capitale finanziario a dirigere e orientare la ricerca stanziando fondi per progetti economicamente remunerativi, come farmaci, tecnologie e nuovi prodotti da piazzare sul mercato) incidendo sempre più profondamente sul globo terrestre (sia con innovazioni tecnologiche sia con politiche economiche su scala planetaria) e sulla vita dei suoi abitanti, ridotti sempre più a ingranaggi (consumatori-propulsori) di questo Meccanismo. Tale Apparato è sorretto da una conforme «visione del mondo» - alla quale scienziati e ingegneri vengono istruiti e sulla base della quale si formano professionalmente - che ha le sue radici nella storia della cultura occidentale, nel suo linguaggio e nelle sue «scritture». Salvo che questa «visione del mondo» (che abita tutti i «saperi» dell’Occidente, sia scientifici che umanistici) è, come la filosofia contemporanea da più di un secolo ha messo in luce, profondamente ideologica («metafisica» direbbe Heidegger, «logocentrica» direbbe Derrida) in quanto veicolata da un linguaggio, da concetti e da nozioni «storicamente determinati» (contingenti e relativi) e dogmaticamente assunti come ovvie e pacifiche verità. E’ allora su questo piano che per Sini è anzitutto necessario operare, attraverso una decostruzione dell’ideologia implicita nell’attuale formazione scientifica e professionale: un altro mondo non è possibile se anzitutto scienziati e ingegneri continuano ad avere nella testa quella rappresentazione ideologica della realtà che la nostra cultura, in modo involontariamente dogmatico, propina loro dalla scuola elementare alla formazione universitaria. La materia delle cose. Filosofia e Scienza dei materiali offre quindi una documentata critica alla formazione professionale degli attuali ingegneri, i quali vengono educati nei Politecnici a una disciplina accademica (la Scienza dei Materiali) che è un vero coacervo di ideologie e presupposti dogmatici non privi di ricadute sul piano politico e, più in generale, sulla vita globale della popolazione mondiale (è infatti proprio su questi presupposti ideologici, dati come ovvii e mai messi in discussione, che gli ingegneri impiantano la loro prassi, volta a trasformare sempre più profondamente il globo terrestre). La «decostruzione» dell’ideologia implicita nella Scienza dei Materiali è condotta con i consolidati strumenti del bagaglio teoretico-concettuale di Sini, che muove dalla rappresentazione del mondo che essa offre nel cosiddetto «ciclo dei materiali e delle risorse»: una rappresentazione ideologica, basata sui tipici dogmi del «naturalismo» e dell’«oggettivismo», ma spacciata ai futuri ingegneri come descrizione del mondo «in sé», ovvero per come esso sarebbe «in natura»; Sini mostra come in essa il rapporto teoria-prassi sia surrettiziamente invertito e dunque come quella teoria e «visione» del mondo e del suo funzionamento – lungi dall’essere una «verità necessaria», ossia una rappresentazione della realtà «in sé» - dipenda invece proprio dalla prassi umana, dalle concrete «pratiche» scientifico-tecnologiche messe in opera sulla base di interessi contingenti e relativi. Dopo aver dissodato i fondamenti di tale disciplina, così conclude l’autore in un linguaggio quanto mai chiaro e diretto: «Sono gli stati nazionali, sono i cartelli internazionali delle società produttrici e distributrici, sono gli interessi del capitale finanziario, è la logica del mercato e della borsa mondiale che, come abbiamo compreso, decidono via via quali sono i “materiali”, le loro “riserve”, le loro “fonti” preferibili, le loro elaborazioni tecnologicamente vantaggiose, i modi, i tempi e soprattutto i luoghi dei loro smaltimenti nocivi. Quindi il reale ciclo dei materiali non è affatto esaurito dallo schema che abbiamo sotto gli occhi: questa è una tipica finzione del naturalismo “oggettivistico” ed è una menzogna che ricopre una realtà ben più complessa: una realtà essenzialmente “politica” che ha in sé elementi esplosivi di conflittualità largamente “soggettivi” (niente affatto necessari o immodificabili) e storicamente contingenti […]. Ecco come la giusta e condivisibile preoccupazione di diffondere tra i giovani (e non solo) la cultura scientifica si traduce in una mostruosità culturale e in una per altro involontaria trasmissione di spirito dogmatico e acritico» (La materia delle cose, pp. 43-45). Viene qui chiaramente in luce il profondo intento che muove la più imponente opera di Carlo Sini, i sei volumi di Figure dell’Enciclopedia Filosofica: quello di elaborare una nuova «enciclopedia dei saperi», rifondando genealogicamente la cultura umanistica e scientifica e liberandola dai presupposti ideologici e dogmatici («metafisici» e «logocentrici») che ancora la abitano nel profondo e che agiscono nel suo tessuto restando inavvertiti. La prassi rivoluzionaria passa cioè attraverso quella che Wittgenstein avrebbe definito una «purificazione» del linguaggio dalle sue incrostazioni dogmatiche e storicamente determinate. Si tratta dunque di una rifondazione del sapere (lungi da qualsiasi intento «fondativo» in senso classico) che mira a una formazione (culturale ma anche scolastica) intesa come costante esercizio anti-ideologico di liberazione dai dogmi e dalle superstizioni storico-culturali scambiati per verità «in sè». È ciò che Sini chiama «rivoluzione etica» (cfr. Etica della scrittura, Il saggiatore, 1992) dove «etica» non sta per «morale» bensì per ethos (formazione, costume, habitus). Un ethos che sappia far fronte alle insidie dell’Apparato e alla strumentalizzazione biopolitica operata dal sistema scientifico-tecnico-economico ormai planetario, decostruendone il fondamento ideologico e il funzionamento interno. Compito quanto mai urgente, poichè «nella globalizzazione scientistica e capitalistica – si legge in Le arti dinamiche, p. 204 – è all’opera l’intento della palese regolamentazione dell’intera kinesis sociale: determinare la produzione e la riproduzione degli individui sociali secondo il criterio quantitativo dell’incremento lineare progressivo (moto uniformemente accelerato, se mai fosse possibile). A favore naturalmente di chi già ne detiene i vantaggi; spudoratamente e cinicamente a favore, ma con l’aggiunta, largamente bugiarda ma buona per gli illusi e per gli sciocchi, che questo sia infine il “bene” dell’intera umanità (sempre futura)».

Vi stupite che queste siano parole di Carlo Sini, emerito e distinto professore di Filosofia Teoretica dell’Università di Milano, brillante conferenziere e profondo conoscitore della opere di Platone e della semiotica peirceana, nonché Accademico dei Lincei? Ma è sufficiente addentrarsi nei suoi percorsi teoretici, superando la diffidenza verso il sofisticato linguaggio filosofico, per trovare, anche nelle sue opere più insospettabili e apparentemente lontane dall’orizzonte politico, gli strumenti di una rivoluzione ancora tutta da fare.







Postato da: Mancinelli a 11:21 | link | commenti |
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mercoledì, 01 febbraio 2006
RECENSIONE-INTERVISTA di MASSIMILIANO CAPPUCCIO

Ogni enciclopedia si propone di fornire una sistemazione ordinata e coerente alla totalità  dei saperi; l’enciclopedia Transito verità è forse l’unica enciclopedia che domanda quale sapere possa ordinare in maniera sistematica tutti gli altri, e dove quello debba collocarsi rispetto a questi, se tra di essi o al loro esterno. L’ultima opera di Carlo Sini, che fino ad ora si è articolata in sei volumi, i quali compendiano i rapporti della filosofia con altrettante discipline e ambiti tematici, è dunque un’opera per sua natura chiamata a render conto del proprio evento, e ad esplorarne le possibilità di significato a partire dall’indagine sulla sua origine. Proprio la problematicità coinvolta in questa sfida richiede all’opera di Sini di possedere una forte coerenza interna e anzi, per almeno due ordini di motivi diversi, è possibile affermare che si tratta del progetto più sistematico e organicamente comprensivo fino ad ora perseguito dal filosofo teoretico, nonché certamente uno tra quelli di più ampio respiro. Il primo motivo è che l’intero progetto si giova di una conduzione unitaria e compatta, costantemente ispirata dall’inesauribile esercizio di una vigorosa ma sottile pratica di ricerca genealogica. Quest’ultima è complessivamente intesa come navigazione in viaggio verso le origini dei saperi, come archeologia del senso: uno scavo che consente di seguire a ritroso il processo di stratificazione del pensiero, fino a far affiorare la valenza più primitiva e magmatica di quella nozione di verità che ci troveremmo altrimenti consegnata come cristallizzata e scontata. La genealogia si articola qui principalmente attraverso la cooperazione di tre differenti strategie: la prima, critica e decostruttiva, consiste nell’auscultare con il martello di Nietzsche la solidità dell’edificio dei saperi contemporanei, in modo da radiografarne le cavità, e scoprire le aporie, i paradossi e le superstiziose assunzioni sulle quali irriflessivamente le scienze e il senso comune erigono le propria fondamenta; la seconda, ermeneutica e semiotica, incalza un confronto con i luoghi archetipici del mito pre-filosofico, o della tradizione filosofica, o della letteratura scientifica, per lasciar emergere il canovaccio delle rispettive invenzioni narrative, insieme con la rete di motivazioni interne che determinano i loro impianti giustificativi; la terza, di orientamento pragmatistico e fenomenologico, è quella che riconduce gli oggetti filosofico-scientifici all’universo delle pratiche e all’abisso della ragione desiderante che lo anima: si tratta cioè dell’orizzonte cogente, ma sempre immanente, di un sostrato di abitualità intersoggettive e di usi pubblicamente condivisi che può direzionare l’orientamento teleologico della civiltà umana, conducendo quest’ultima a transitare attraverso quelle grandi soglie storico-epocali che segnano l’inizio e la fine di altrettante fasi fondamentali del suo sviluppo. Il succedersi irreversibile di queste soglie, però, non va considerato unicamente come una linea orizzontale su cui si dispongono sequenzialmente le fasi storiche o le rispettive soglie socio-politiche e culturali. Sini ci ricorda che il significato di ciascuna soglia o fase possibile può individuarsi soltanto traboccando da una differenza da una radicale interruzione, cioè dall’evento che viene inscritto dalla soglia nella storia: con la verticalità inattesa del suo accadere, ogni soglia storica o filosofica incide il segno della discontinuità più assoluta; è così che essa diviene produttrice delle proprie condizioni di insorgenza, retroflettendo il suo significato sulle soglie che l’hanno preceduta, rideterminandole tutte, e istituendo quindi, come pura distanza, il luogo senza luogo di una loro nuova origine. E’ per questo motivo che la genealogia, la ricerca dell’origine, non può dirsi veramente riuscita, e anzi non è propriamente mai iniziata, se non quando raggiunge il soggetto che opera la genealogia stessa, consumandolo nel movimento della sua stessa interrogazione: sollecitata da questa consapevolezza, l’opera di Sini non si esaurisce con l’esibizione dei limiti e della specificità culturale dell’edificio delle scienze europee, ma sottolinea anche come la stessa interrogazione sulle differenze costitutive fra tradizioni e saperi lontanissimi sia tutta quanta interna alla medesima circolazione dei saperi della  tradizione filosofico-scientifica; tanto che circoscrivere l’ambito e i poteri della verità occidentale non implica il potersi collocare all’esterno di essa, sottraendosi al suo discorso, ma anzi frequentare più intensamente, dal suo interno, la domanda sulla sua stessa origine e sulle sue condizioni.

Il secondo motivo di sistematicità è che la fisionomia multiforme degli argomenti, dei temi e dei settori disciplinari investigati è intramata da una complessa geometria di figure speculative, di relazioni concettuali e di rimandi retorici, che si rincorrono con regolarità ritmica nel susseguirsi dei libri e all’interno di ciascuno di essi, formando una topografia armoniosa di segrete simmetrie, formazioni teoretiche e motivi lessicali ricorrenti, che possono essere considerati come deducibili linearmente ognuno dal precedente, oppure liberamente dislocabili in un estuario complessivamente aperto e passibile di ulteriori ramificazioni. La vocazione architettonica (o meglio: sinfonica) del progetto ritiene in sé, implicitamente, la memoria di altre celebri enciclopedie filosofiche: e principalmente, forse, di quella hegeliana, con la quale condivide il movimento diacronico di una narrazione nella quale si esplica il dipanarsi delle avventure del pensiero, seguito nel suo trascolorare in quelle figure e in quegli sfondi presso cui esso, di volta in volta, si incarna o dai quali, dialetticamente, si distacca. A differenza di quel che succede con l’impianto hegeliano dell’Assoluto, però, il percorso di Sini non si chiude mai in un definitivo acquietarsi dello Spirito che ritorna pienamente in se stesso e, piuttosto, si espone alla domanda sulle proprie condizioni di possibilità, abitando l’impegno di un’interrogazione costitutivamente errante, inconclusa, da intendersi come occasione di sempre rinnovato approfondimento problematico e di radicale discussione dei fondamenti del sapere contemporaneo. Per altro verso Transito verità eredita alcuni importanti motivi del progetto husserliano di un’enciclopedia fenomenologica dei saperi, di cui condivide l’attenzione per la polarità materiale dell’esperienza vivente, che va attinta nel fondo delle operazioni concrete, nella pragmatica di quegli atteggiamenti di fronte ai quali si rende disponibile la costituzione degli oggetti di conoscenza scientifica. Richiamandosi al progetto husserliano, e complementandolo con le istanze teoretiche del marxismo e del relazioniamo, lo stesso Enzo Paci, maestro di Sini, perseguì un simile progetto, cui diede una forma soprattutto nella sua ultima grande opera, del 1973, Idee per un’enciclopedia fenomenologica; leggendo il lavoro paciano subito dopo quello di Sini è impossibile non notare l’aria di famiglia che accomuna i due stili di ricerca, così come, al tempo stesso, non ci si può non accorgere di come il discorso di Sini si sia sviluppato seguendo una traiettoria in buona parte autonoma e alternativa. Abbiamo interrogato lo stesso Carlo Sini su questo punto.

Professor Sini, potrebbe esplicitare i caratteri di continuità e di differenza che avvicinano, o che contrappongono, il suo lavoro a quello precedentemente avviato da Paci?

Il progetto di Paci era un progetto che si riconduceva all’idea di fondazione fenomenologica e quindi di ricostituzione delle strutture dei saperi a partire dal mondo del precategoriagale, a partire dal mondo dell’esperienza vissuta, della Lebenswelt: per Paci si trattava insomma di rinvenire nell’esperienza della Lebenswelt le radici dei vari saperi nelle loro articolazioni storiche. Si tratta naturalmente di un progetto molto importante, un progetto che io stesso ho perseguito seguendo il magistero di Paci, dal quale ho imparato molto. La mia obiezione, o la mia differenza, consiste nel non essere convinto che si possa regredire ad un terreno di fondazione in qualche misura precategoriale e stabile, ma che di volta in volta noi decidiamo cos’è il precategoriale e cosa il categoriale; per questo motivo l’idea di enciclopedia che io invece seguo è quello di un esercizio circolare, cioè un labirinto dei saperi che si ricostituiscono in una scrittura che costantemente rimette in gioco se stessa.

La ricerca di Paci assumeva talvolta il carattere del diario, cioè di una forma di scrittura autobiografica che ha in primo luogo il carattere della contingenza storica e temporale, e poi anche un carattere personale-individuale. Non vi è anche nel Suo modo di condurre l’enciclopedia un richiamo al motivo di una scrittura narrante che testimonia della vita del proprio soggetto scrivente?

Indubbiamente per Paci la questione del diario è importante, e anche sottile e molto profonda, perché si ricollega secondo me al tema dell’essere presenti, in carne ed ossa e in prima persona, a quel che si fa qui e ora: si tratta di un tentativo di ricostruzione del soggetto come soggetto concreto, prendendo quindi distanza da ogni soggetto mitico idealizzato, come si dice nella Crisi delle scienze europee: il soggetto Fichte, il soggetto Kant… Non questo soggetto evidentemente, ma io stesso che sono qui impegnato nella temporalità del mio consumo, che è un altro tema importante di Paci: la concretezza del soggetto si ha nel consumo temporale che caratterizza la mia esistenza, ed ecco dunque la declinazione fenomenologica ed esistenzialistica del cammino di Paci. Si capisce, per questo, come il tema del diario non sia affatto uno psicologismo o un soggettivismo accidentale, ma anzi la rivendicazione della concretezza delle operazioni. Quindi quelle che si fanno in prima persona, quelle che compio proprio io. Tutto ciò è assai importante, ma rispetto a questo io insisto invece su ciò che ritengo ancora più importante: si tratta della questione genetica e genealogica, di matrice - diciamo - grosso modo nicciana. Quello che per me assume rilevanza maggiore non è tanto il fatto che io in carne ed ossa faccio queste operazioni, ma piuttosto la domanda è: da dove vengono queste operazioni? E da quali operazioni deriva il mio stesso io che domanda di esse? Quindi il diario diventa piuttosto, nella mia accezione, una “auto-bio-grafia”, cioè una riscrittura della propria vita a partire dalla domanda genealogica.

Non è forse vero, però, che ogni enciclopedia è per sua stessa natura un’impresa collettiva, intersoggettiva e, almeno formalmente, impersonale? E d’altra parte sembra essere sempre una persona, un soggetto filosofico, l’autore che scrive l’enciclopedia.

Sì e no. E’ sempre una persona per l’anagrafe, e sono sempre una moltitudine di persone per la genealogia. Si tratta proprio del tema al quale ho dedicato il mio ultimo lavoro su Spinoza, e che dovrebbe uscire in volume [Carlo Sini, Archivio Spinoza. La verità e la vita, Edizioni Ghibli, Milano – NdC]. Il tema di questa ricerca su Spinoza è: chi parla? Parla Spinoza, parlo io, e parla un’infinità di voci. Quindi c’è una verità pubblica per il soggetto, e poi c’è un evento della verità pubblica in cui sta il soggetto, un evento che è invece una molteplicità di voci, ma che non si può mai ridurre al significato pubblico, perché di fatto - pur dandosi a vedere nel pubblico - non si può distinguere, in quanto originariamente molteplice, all’interno del suo significato.

(tratto dalla rivista Chora)



Postato da: Mancinelli a 14:24 | link | commenti |
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domenica, 11 dicembre 2005
FIGURE DELL'ENCICLOPEDIA FILOSOFICA

Libro I: L’ANALOGIA DELLA PAROLA. Filosofia e Metafisica.


Libro II: LA MENTE E IL CORPO. Filosofia e Psicologia.


Libro III: L’ORIGINE DEL SIGNIFICATO. Filosofia ed Etologia.


Libro IV: LA VIRTU’ POLITICA. Filosofia e Antropologia.


Libro V: RACCONTARE IL MONDO. Filosofia e Cosmologia.


Libro VI: LE ARTI DINAMICHE. Filosofia e Pedagogia.


Libro VII: LA MATERIA DELLE COSE. Filosofia e Scienza dei Materiali.


Libro VIII: DEL VIVER BENE. Filosofia ed Economia. 


Libro IX: DISTANZA UN SEGNO. Filosofia e Semiotica.



Nota: i libri VII, VIII e IX sono pubblicati dalla libreria Cuem dell'Università degli Studi di Milano.

Postato da: Mancinelli a 21:19 | link | commenti |
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domenica, 23 ottobre 2005
RECENSIONE di PAULO BARONE

Se qualcosa ha caratterizzato la produzione filosofica negli ultimi anni, naturalmente con le debite eccezioni, questo è certamente consistito in una netta e progressiva diminuzione del suo raggio d'azione, con un'attenzione via via concentrata su ambiti d'indagine sempre più limitati e ristretti. Ciò che si è imposto è stato uno stile che si potrebbe definire dal fiato corto, in sostanza timido e rinunciatario. Molti commenti, comparazioni, molti commenti ai commenti altrui, molti buoni studi specialistici, molte coltivazioni di nicchia, compilazioni (e molta paura di rischiare). Nel complesso uno scenario incontestabilmente frammentato, agitato, magari, da turbolenze locali, da animazioni iper-circoscritte, ma, proprio per questo, piuttosto sbiadito, sfuggente, evanescente e alla fin fine monotono e uniforme. Dominato, in ogni caso, da una sottile ma profonda sensazione di sfiducia nell'intelaiatura stessa del discorso filosofico e nelle sue possibilità argomentative. In un simile contesto, qualunque siano poi le spiegazioni o le valutazioni a riguardo, spicca per contrasto una recente opera di Carlo Sini edita per i tipi della Jaca book. Innanzitutto per la mole: si tratta infatti di un'opera articolata lungo sei volumi, di cui i primi tre appena usciti - L'analogia della parola. La mente e il corpo. L'origine del significato - e gli altri tre pronti a farlo in successione a partire dal prossimo autunno. C'è poi da considerare l'impianto: ogni volume è dedicato ad una disciplina canonica (avremo così: metafisica, psicologia, etologia, antropologia, cosmologia e pedagogia) ed è dotato di sicura autonomia. Al contempo però tali discipline costituiscono altrettante tappe di un percorso d'insieme e dunque di una strategia discorsiva unitaria: altrettante figure - appunto - di un'enciclopedia filosofica che le attraversa tutte. Infine, a suggello, ben nove questioni problematiche - nove nodi o gorghi, ma sempre gli stessi - si ripetono di volta in volta in ciascuna disciplina, assestandole e scandendole ritmicamente. Tanto che la più consueta forma del «saggio», e soprattutto la sua versione attualmente più in voga - quella asfittica e «micrologica» - viene qui completamente travalicata mettendoci davanti a un'entità autosufficiente - come la pianta o il plastico di una città, un acquario o un'opera musicale, ma anche soltanto, per togliere ogni retorica, come un recinto o una bolla d'aria - il cui materiale è però prevalentemente concettuale. In tal senso le sei discipline paradigmatiche - i sei volumi dell'opera - si tramutano, è lo stesso Sini a sottolinearlo, in altrettante «porte» d'ingresso di questo edificio ideale, ciascuna con la propria parola d'ordine, il proprio profilo, il proprio specifico taglio di luce: l'analogia, lo specchio, lo stacco, il teatro, il racconto, il sogno. Composizione perciò palesemente complessa, sofisticata e insieme affascinante, ricca di strati, varchi, cunicoli segreti, combinazioni inaspettate, di sapere, in cui, ad ogni passo, si percepisce la presenza di una vera e propria regia. (Vengono in mente, a proposito, la struttura esagonale della Stella della redenzione di Rosenzweig e quella rizomatica di Mille piani di Deleuze e Guattari). Tutti questi elementi - la regia, l'impianto architettonico, il concetto e il nome stesso di una «enciclopedia filosofica» che muove il «circolo» dei saperi (con l'evidente evocazione di Hegel) - possono dare l'impressione che l'operazione di Sini si proponga di rilegittimare un punto di vista onnicomprensivo e sistematico, ovvero che, a fronte di uno scenario dominato dai frammenti, non possa fare a meno di riabilitare una logica totalizzante. E invece una delle caratteristiche principali di quest'opera, e dunque una delle possibili vie con cui attraversarla, è costituita proprio da un'idea radicale del finito e della finitezza. Per Sini, ad esempio, il mondo è l'accadere continuo di impercettibili e infinitesimali differenze, che sono, allo stesso tempo, connesse ad un'insieme indefinibile di «pratiche» discrete, di forme di vita, di modi di essere e di sapere, di abiti, in continua interazione tra loro e dunque in continua variazione (parola e scrittura alfabetica, anche se per noi decisive, non sono che due delle molteplici «pratiche» esistenti). Qualcosa come il «soggetto» vi figura indubitabilmente, ma sempre e solo perché ci si trova di volta in volta immerso, preso dentro, prodotto all'interno. Ne consegue che l'idea stessa di qualcosa di assoluto, autoevidente, scontato, cui appoggiarsi con certezza e a mani libere, traendone un modello attraverso cui ordinare e classificare panoramicamente la realtà, non avrebbe più ragione di sussistere (si tratta della vecchia filosofia Metafisica). Tutto il contrario, ci spiega molto bene Sini, di quanto fanno i saperi vigenti (e l'immancabile senso comune): quello scientifico, con la sua pretesa di descrivere come stanno veramente le cose, disinvoltamente impigliato nelle sue varie «materie» - subatomica, genetica, cerebrale etc., e con le loro avventurose filiazioni «spirituali»; ma anche quello filosofico contemporaneo, irretito dalla sua stessa principale constatazione, ovvero che l'assoluto è del tutto relativo e contingente, e ormai quasi rassegnato ad occupare una posizione marginale e ininfluente. Entrambi questi saperi rimangono paradossalmente e inconsapevolmente dipendenti dai dispositivi della Metafisica che dicono di contestare. E invece un pensiero «delle pratiche» - una comprensione «genealogica» all'altezza di questo momento storico - mira a ricordare l'ineluttabile circostanziamento dei saperi, a circoscrivere, cioè, la produzione di verità di ogni pratica. Senza aver bisogno di negare questo o quel contenuto, questa o quella teoria, esso li riconnette piuttosto all'esercizio delle pratiche che li hanno posti in opera, ai loro contesti specifici, impedendo, di converso, che si producano oggetti assoluti, «scissi» da questi stessi contesti. Insomma, si tratta non di rifiutare la tradizione metafisica e basta, ma, una volta ammesso il legame di continuità con essa, di ricomprenderne il senso, assegnarle dei limiti, trasformarla in «una» pratica. O ancora, non: pensare di poter rinunciare all'universalità del concetto o alla classica argomentazione «logica», ma riconoscere la loro imprescindibile natura «locale». Portare alla luce la particolarità, la finitezza, dunque, dell'universale, ma, come si può intuire, un genere di finitezza, di particolarità ben più radicale e profondo, non posto sullo stesso piano dell'universale, non opposto a quest'ultimo. Dove sta e che cosa è, allora, questa finitezza? Con grande maestria Sini mostra come essa sia null'altro che un vuoto, uno scarto, una soglia che apre e istituisce il campo gravitazionale di una determinata pratica, dislocando in un solo colpo quegli opposti polari - come cosa e parola, empirico e trascendentale, mondo interno e mondo esterno, ma anche origine e destino, identità e differenza, passato e futuro e così via - nella cui combinazione e correlazione siamo quello che siamo e poniamo i nostri interrogativi. In quanto tale questa «soglia», è illocalizzata, intemporale, indifferente: non sta altrove, ma sta solo per essere attraversata dalla dinamica polare che essa stessa mette in opera. Essa è dunque transito, passaggio, transizione. Diade e relazione: l'evento permanente, irrafigurabile e innominabile dell'impermanenza e della variazione (e dunque degli incontri, delle occasioni, delle circostanze come uniche consistenze del mondo). Ed è proprio su questo punto focale e nodale che Sini richiama costantemente l'attenzione. Obiettivo del pensiero delle pratiche è riuscire ad «abitare» la soglia, abitare l'evento: non andare appresso a questo o a quell'oggetto o significato specifico, ma piegare il soggetto metafisico che ancora tendiamo ad essere sino a fargli vedere l'esercizio della sua pratica, sino a renderlo più consapevole della sua soggezione cieca rispetto ad esso. E in questo modo rendersi il più permeabili, il più disponibili, il più conformi possibile alla transitorietà che ci costituisce. Sini, da qualche tempo in qua, definisce un simile atteggiamento, una simile sperimentazione, una «etica della scrittura». Tra le molte ascendenze che potremmo riscontrare a riguardo - e la parola etica è, oggi come oggi, tutto un programma - il nome da tenere presente su gli altri, almeno sino a quando non leggeremo i prossimi volumi, è quello di Spinoza: un'etica pensata, riferita e dedicata esclusivamente alle vicissitudini dei modi di essere delle cose.


(tratto da Il Manifesto)


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mercoledì, 09 marzo 2005
RECENSIONE di ROSANNA MANCINELLI

 


A poche settimane dalla sua pubblicazione, è già stata definita l'opera più rivoluzionaria degli ultimi decenni. Nonostante il linguaggio filosofico altamente specializzato e la complessità delle questioni affrontate, è diventata oggetto di culto anche tra i non addetti ai lavori, che per mesi hanno atteso e cercato gli ultimi due volumi, ora sugli scaffali di tutte le librerie.

Si tratta effettivamente di una delle opere più vaste, complesse e ambiziose degli ultimi 50 anni: sono i sei volumi di Figure dell'enciclopedia filosofica di Carlo Sini. Il lettore che, ignaro dei precedenti lavori dell'autore, vi si accosta con le proprie consolidate o inconsapevoli certezze, allevate e nutrite dal senso comune, esce da questo tour de force nei fondamenti dello scibile umano in un comprensibile stato di shock.

Ma in che consiste la rivoluzionarietà e la radicalità di questo lungimirante progetto enciclopedico sull'origine e la natura dei nostri "saperi"? Perché sarebbe un'opera che, come altri in questi giorni hanno scritto, "fa tremare la terra"?

 





 


Certamente a primo acchito colpisce la mole dell'opera e la straordinaria vastità dei contenuti: antropologia, cosmologia, psicologia, politica, metafisica, pedagogia e - naturalmente - filosofia si trovano qui coinvolte e intrecciate in un unico percorso, tanto capillare nel suo tracciato (che si dirama in infiniti sottopercorsi, densi di spunti e gravidi di conseguenze) quanto omogeneo nei suoi intenti. Lascia poi sorpresi, oltre alla competenza con cui Sini si muove in questo ampio panorama dei saperi contemporanei, la profondità di analisi con cui lo attraversa, la lama affilata con cui egli disseziona lo scibile umano mostrandocene le interiora. E forse qui si radica il vero e proprio shock che coglie il lettore alla fine dei sei volumi: l'aver assistito a uno stravolgimento completo, radicale e inesorabile, dei fondamenti del pensiero e della cultura occidentali (quei saperi e quella cultura, per intenderci, attraverso cui tutti ci formiamo sui banchi scolastici: storia, biologia, fisica, matematica, ecc.) lasciando un'estraniante e disorientante sensazione, come di fronte a una spettacolare dimostrazione del tipo "tutto quello che sapete è falso".

 





 


Rimarrà forse meno colpito e disorientato chi già conosce a fondo gli ultimi sviluppi della filosofia del secolo scorso e ha una certa dimestichezza con i suoi autori: già Husserl e Heidegger avevano minato i fondamenti della scienza, mostrando come essa sia legata (diremmo quasi "compromessa") con i concetti della filosofia e con le più antiche tradizioni di pensiero, oltre che con le concrete e umane pratiche di vita (Husserl fu il primo a "scoprire", nella Crisi delle scienze europee, la rivoluzione concettuale operata dalla pratica di scrittura, sui cui presupposti ideologici opera inconsapevolmente la scienza). Ma le analisi di Husserl e Heidegger, seppur radicali, rimanevano su un piano strettamente filosofico, offrivano uno sguardo panoramico e teoretico sulla storicità e la intrinseca cecità dell'impresa scientifica (cecità relativa ai fondamenti del proprio operare, di cui i due filosofi iniziavano a illuminare le radici). Qui invece Sini entra nel merito delle concrete pratiche scientifiche, opera per così dire, dall'interno della scienza, mostrandone i presupposti inindagati; va a scavare nell'istituirsi delle varie discipline e dei diversi campi del sapere esibendone di volta in volta i paradossi inavvertiti e gli inconsapevoli pregiudizi, dei quali mostra dettagliatamente l'origine storica, legata agli effetti che la pratica di scrittura alfabetica e la strategia platonica hanno avuto sulla forma mentis dell'uomo occidentale (esemplare, in questo senso, l'analisi critica dell'etologia svolta nell'Appendice "La verità dell'umano e l'etologia" alla fine del terzo volume). Sini, per così dire, tocca la scienza e gli ambiti disciplinari della cultura antica e moderna nella loro carne viva, come né Heidegger né Husserl avevano saputo fare, usa la sua lama per incidere nel tessuto del "sapere" fin quasi a squartarlo, cavandone fuori infinite sorprese (si pensi solo alla genealogia che egli compie dell'"oggettività" scientifica, arrivando a toccare e a modificare profondamente lo statuto di verità della scienza). Qualcosa di simile, se vogliamo cercare paragoni, potrebbe essere la decostruzione compiuta da Derrida in campo filosofico-letterario (con la differenza che l'Enciclopedia non si rivolge alle bonae litterae, ma all'intero campo dei saperi a 360 gradi, puntando direttamente al cuore delle scienze più "dure", come ad esempio la cosmologia).

 





 


L'intento di Sini non è però quello di sollevare il tappeto - quell'intelaiatura di concetti impliciti e presupposti inindagati- su cui operano inconsapevolmente scienziati, storici e studiosi contempo-ranei, mandando completamente all'aria tutte le loro teorie e i loro discorsi sull'uomo, sul mondo e sulla verità dell'universo, scombussolando di fatto l'intera storia della cultura occidentale. Il fine di questa Enciclopedia Filosofica non è semplicemente "decostruttivo", volto cioè a smantellare le verità della scienza e del senso comune, rintracciandone il percorso storico-culturale e rinvenendone l'origine nascosta, ma è, direi, profondamente propositivo. Non si tratta di buttare via tutte le disci-pline umanistiche e scientifiche oggi conosciute, in quanto compromesse con le pratiche che stori-camente le hanno istituite, ma si tratta di ripensare daccapo tutta la nostra cultura, con una nuova illuminante consapevolezza critica ed una radicale comprensione filosofico-genealogica di quello che è stato, nelle sue originarie operazioni pratico-performative, e ancora oggi è, nelle profonde conseguenze della sua storia, il "sapere".

Certo questa Enciclopedia lascia dietro di sé molti cadaveri: non si può più pensare l'universo come lo concepisce la cosmologia contemporanea (il suo sguardo è infatti completamente deformato dalle conseguenze della scrittura alfabetica e matematica e accecato dalla "strategia dell'anima" di Platone che ancora agisce sotterraneamente in ogni ambito del sapere), non si può più pensare l'uomo come tradizionalmente siamo portati a concepirlo, ossia come animale razionale (almeno finché non si ravvisa nella razionalità la più grande costruzione ideologica della storia dell'umanità, come Sini sapientemente mostra attraverso questi sei volumi), non si possono più pensare la mente e il corpo così come li considera il senso comune, il quale è, ormai lo sappiamo, una stratificazione dell'ideologia platonico-aristotelica che nei secoli ha saputo insidiosamente radicarsi alla base di ogni formazione scientifico-culturale. Ma, dopo la definitiva sepoltura di tutta una serie di presupposti che fino ad oggi hanno dominato nei campi dello scibile, l'operazione di Sini va oltre, non si ferma a contemplare le lapidi e a piangere i morti (come troppo spesso la filosofia contemporanea ha fatto, aggirandosi di continuo tra le macerie di un mondo che, filosoficamente parlando e pensando, non "stava più in piedi"). Ed è in questo "oltre", nella nuova direzione che Sini indica ai saperi contemporanei, che si radica probabilmente il vero carattere rivoluzionario e la decisiva novità dell'Enciclopedia. Quale "oltre" e quale direzione?

Quella di una trasformazione etica del sapere - "etica" nel senso che Sini dà a questa parola: etica della scrittura, ossia esercizio di rimemorazione genealogica dei saperi a partire dalle loro pratiche istitutive, per non rimanere superstiziosamente accecati dagli oggetti e dai significati che tali pratiche mettono in opera. Detto altrimenti: il "sapere" così come lo abbiamo conosciuto e imparato non ha più corso, il modo tradizionale di pensare e ragionare va incontro a un radicale mutamento di senso (e questo non avviene certo per l'operazione compiuta da Sini in questi e in altri volumi, si tratta di un processo che è in corso da tempo nella storia della cultura, a cui Sini dà però una spinta non indifferente verso una direzione ben precisa). In che senso? Nel senso che il sapere costruito su teorie (la teoria del big bang, la teoria dell'evoluzionismo, la teoria dei sistemi, le teorie sull'origine dell'uomo e della civiltà, ecc.) e che dipende dalla rivoluzione del logos socratico, non può più presentarsi come "spiegazione" della realtà "in sé" ma deve fare i conti con le concrete pratiche da cui proviene e con i determinati abiti che esercita, nonché con la catena di presupposti che ne stanno a fondamento e implicitamente ne dirigono il cammino. Si tratta di un compito a cui le scienze non sono preparate e per il quale è necessaria una nuova formazione (non a caso l'itinerario di Sini nel "circolo dei saperi" si conclude con la pedagogia, cui è dedicato l'ultimo volume dell'Enciclopedia). Come infatti potrà la scienza non mettere più sul conto dei propri discorsi gli effetti e le trasformazioni socio-culturali che sono state innescate dalla scrittura alfabetica, dalla scrittura matematica, dalla costruzione dell'ideologia razionale operata da Socrate e dalla strategia dell'anima di Platone, da cui la scienza non solo proviene ma da cui dipende il suo stesso procedere e l'orizzonte di senso cui essa fa riferimento? Come gli scienziati, che restano gli interlocutori privilegiati di questo progetto, potranno evitare di confrontarsi con l'origine e la stratificazione di pratiche che si nasconde dietro le loro operazioni di senso (senso in cui ne va - e su questo siamo perfettamente d'accordo con Sini - del futuro ormai dell'intero pianeta)?

Che si concordi o meno con le molte analisi che Sini traccia in questo lungo percorso, è certo che la prospettiva che qui egli apre andrà a lungo discussa non più e non solo in ambito filosofico, poiché è lo stesso statuto del "sapere", su cui si fonda la nostra storia e le nostre istituzioni, che qui è messo radicalmente in questione. Quella da lui compiuta è un'operazione talmente rivoluzionaria, guidata da una mano così ferma e precisa, che, prima ancora di poterne misurare gli effetti, prima di comprenderne tutte le possibili conseguenze, ha già lasciato il segno. Ad altri il compito di raccogliere e interpretare quel segno, entro le proprie pratiche scientifiche e culturali, nel modo che riterranno più proficuo.

 





 


 

 





 

Postato da: Mancinelli a 14:12 | link | commenti (1) |
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