FIGURE DELL'ENCICLOPEDIA FILOSOFICA

Il circolo dei saperi nell'opera di Carlo Sini

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Utente: Mancinelli
Nome: collettivo 'POLITICHE DELLA SCRITTURA'

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martedì, 03 ottobre 2006
APPELLO A MARIO CAPANNA: CONTRO L'APPARATO MEGLIO SINI DI SEVERINO

COL SUO ULTIMO LIBRO, IN DIALOGO CON EMANUELE SEVERINO, CAPANNA CERCA NELLA PROFONDITÀ DI ANALISI DELLA FILOSOFIA CONTEMPORANEA GLI STRUMENTI DI LOTTA POLITICA CONTRO L’APPARATO. MA PIÙ CHE COL FILOSOFO BRESCIANO GLI CONVERREBBE CONFRONTARSI CON CARLO SINI: L’OPERA DEL PROFESSORE MILANESE OFFRE INFATTI, DIETRO GLI APPARENTI ACCADEMISMI E IL LINGUAGGIO SPECIALISTICO DELLA FILOSOFIA TEORETICA, UNA PIATTAFORMA STRATEGICA CONTRO IL DOMINIO DELLA TECNICA NELL’EPOCA DELLA GLOBALIZZAZIONE

di Giuliano Conti

Alla «controcultura» che vuole rinnovare il proprio bagaglio filosofico e affilare le proprie armi intellettuali non passerebbe probabilmente mai per la testa di poter attingere a piene mani dall’opera di Carlo Sini, il più sobrio e defilato dei grandi pensatori italiani (rare comparsate televisive, solo qualche collaborazione coi quotidiani, come col Corriere della sera in tempi ormai remoti) e, apparentemente, il più lontano dall’impegno politico (mai candidato ad alcuna elezione, neppure europea o amministrativa, l’unica «nomina» che può vantare è tra i luminari dell’Accademia dei Lincei). Ma nel «Pentateuco» della filosofia teoretica italiana (Cacciari, Severino, Sini, Vattimo, Vitiello) Sini appare oggi quello più impegnato nel tentativo di combattere l’Apparato (quel dominio socio-economico-culturale, promosso globalmente dalla Tecnica, tanto sottile e invisibile quanto insidioso e capillare) attraverso una concreta prassi rivoluzionaria che fa leva su un’operazione genealogica di «smantellamento» e «decostruzione» dei fondamenti politico-culturali dell’Occidente.

DALLA TEORESI ALLE IMPLICAZIONI ETICO-POLITICHE

Con gli altri quattro giganti del «Pentateuco» Sini ha in comune la generale impostazione ermeneutica (quello sfondo nietzschiano-heideggeriano che è stato un must per la filosofia italiana degli anni Settanta) condita però da un vivace apporto del pensiero di Spinoza (Archivio Spinoza. La verità e la vita, Mimesis 2005) che dà un tocco squisitamente politico e vagamente «eversivo» (culturalmente parlando) alla sua proposta teorica. Come Derrida, nell’arco della sua produzione filosofica, Sini si è inizialmente concentrato su questioni (la nozione di «segno», la fenomenologia della voce e della scrittura, il problema della «verità») apparentemente «solo» teoretiche e lontane dall’«impegno», ma in verità gravide di conseguenze etico-politiche, di cui il filosofo milanese, nelle ultime opere, tira coerentemente le fila. Per questo non sembra affatto un consiglio stravagante suggerire a Mario Capanna di confrontarsi sui massimi sistemi e sui fondamenti ultimi della cultura occidentale con Carlo Sini anziché con Emanuele Severino, con cui l’ex leader sessantottino tesse un fitto dialogo nel libro, pubblicato quest’anno da Baldini Castoldi Dalai, Coscienza globale. Oltre l’irrazionalità moderna. Severino, infatti, seppure non abbia nulla da invidiare a Sini in quanto alla profonda elaborazione teoretica e all’interpretazione dell’epoca contemporanea (questione della Tecnica in testa), non sembra offrire concrete prospettive di lotta politica, o quanto meno strategie culturali, all’altezza dei problemi che essa pone.

UNA STRATEGIA IN ATTO

Per troppo tempo lettori ed esegeti di Sini (mi riferisco ad alcuni articoli sparsi su riviste filosofiche, non esistendo ancora una vera bibliografia in merito) hanno trascurato la natura profondamente politica della sua «impresa» filosofica, che è invece venuta in luce e ha iniziato a delinearsi abbastanza chiaramente già dalle opere dei primi anni Novanta. Il nome di Sini è infatti rimasto a lungo legato ai temi della «semiotica» e della «scrittura»: è stata così sottovalutata la componente politica delle sue genealogie, componente rimasta forse in parte soffocata dal consistente armamentario teoretico che accompagna tutta l’opera siniana – si tratta però di un armamentario filosofico che, va notato, non è più complesso e arduo di quello di Severino e che è semmai a tratti più chiaro e accessibile, una volta che si sia presa familiarità con le principali tematiche che ne animano la struttura argomentativa. Ma a differenza di Severino, Sini si è impegnato a elaborare contro l’Apparato tecnico-economico-politico una vera e propria strategia (una «prassi di nuovo genere» direbbe Husserl) la cui piattaforma è già all’opera in quell’imponente insieme di tomi che è Figure dell’Enciclopedia Filosofica (sei volumi pubblicati da Jaca Book tra il 2004 e il 2005).

PER UNA LETTURA POLITICA DI SINI

Chi volesse accostarsi alle analisi filosofiche di Sini, leggendole in chiave politica, potrebbe partire da La libertà, la finanza, la comunicazione (Spirali, 2001), dove il nesso tra lotta politica e filosofia teoretica è più evidente. Vi sono poi gli ultimi due volumi di Figure dell’Enciclopedia Filosofica, ovvero La virtù politica. Filosofia e antropologia (2005) e Le arti dinamiche. Filosofia e pedagogia (2005), in cui, con un taglio antropologico oltre che teoretico, è messa all’opera un’approfondita quanto dirompente genealogia (in stile Foucault) del potere politico e delle «pratiche» di sapere e di parola che vi sono connesse. Ma le opere più «impegnate» sono quelle per ora edite unicamente da Cuem, La materia delle cose. Filosofia e scienza dei materiali (2004) e Del viver bene. Filosofia ed economia (2005), in cui Sini smonta la teoria del liberismo, indagandone i fondamenti teoretici e snidandone i presupposti ideologici, per poi elaborare una genealogia dell’«homo economicus», dai primordi all’epoca contemporanea, che rimette in discussione le tradizionali nozioni di «scambio», «individuo» e «mercato» sulle quali si basa l’armamentario teorico del liberismo. Ma è La materia delle cose a offrire un esempio concreto della strategia siniana.

LA DECOSTRUZIONE DELL’IDEOLOGIA

Il punto di partenza è questo: la scienza si avvia ormai a trasformarsi completamente in tecnoscienza, ricerca finalizzata alle sue applicazioni tecniche guidata da esigenze economiche (sono sempre più gli interessi del capitale finanziario a dirigere e orientare la ricerca stanziando fondi per progetti economicamente remunerativi, come farmaci, tecnologie e nuovi prodotti da piazzare sul mercato) incidendo sempre più profondamente sul globo terrestre (sia con innovazioni tecnologiche sia con politiche economiche su scala planetaria) e sulla vita dei suoi abitanti, ridotti sempre più a ingranaggi (consumatori-propulsori) di questo Meccanismo. Tale Apparato è sorretto da una conforme «visione del mondo» - alla quale scienziati e ingegneri vengono istruiti e sulla base della quale si formano professionalmente - che ha le sue radici nella storia della cultura occidentale, nel suo linguaggio e nelle sue «scritture». Salvo che questa «visione del mondo» (che abita tutti i «saperi» dell’Occidente, sia scientifici che umanistici) è, come la filosofia contemporanea da più di un secolo ha messo in luce, profondamente ideologica («metafisica» direbbe Heidegger, «logocentrica» direbbe Derrida) in quanto veicolata da un linguaggio, da concetti e da nozioni «storicamente determinati» (contingenti e relativi) e dogmaticamente assunti come ovvie e pacifiche verità. E’ allora su questo piano che per Sini è anzitutto necessario operare, attraverso una decostruzione dell’ideologia implicita nell’attuale formazione scientifica e professionale: un altro mondo non è possibile se anzitutto scienziati e ingegneri continuano ad avere nella testa quella rappresentazione ideologica della realtà che la nostra cultura, in modo involontariamente dogmatico, propina loro dalla scuola elementare alla formazione universitaria. La materia delle cose. Filosofia e Scienza dei materiali offre quindi una documentata critica alla formazione professionale degli attuali ingegneri, i quali vengono educati nei Politecnici a una disciplina accademica (la Scienza dei Materiali) che è un vero coacervo di ideologie e presupposti dogmatici non privi di ricadute sul piano politico e, più in generale, sulla vita globale della popolazione mondiale (è infatti proprio su questi presupposti ideologici, dati come ovvii e mai messi in discussione, che gli ingegneri impiantano la loro prassi, volta a trasformare sempre più profondamente il globo terrestre). La «decostruzione» dell’ideologia implicita nella Scienza dei Materiali è condotta con i consolidati strumenti del bagaglio teoretico-concettuale di Sini, che muove dalla rappresentazione del mondo che essa offre nel cosiddetto «ciclo dei materiali e delle risorse»: una rappresentazione ideologica, basata sui tipici dogmi del «naturalismo» e dell’«oggettivismo», ma spacciata ai futuri ingegneri come descrizione del mondo «in sé», ovvero per come esso sarebbe «in natura»; Sini mostra come in essa il rapporto teoria-prassi sia surrettiziamente invertito e dunque come quella teoria e «visione» del mondo e del suo funzionamento – lungi dall’essere una «verità necessaria», ossia una rappresentazione della realtà «in sé» - dipenda invece proprio dalla prassi umana, dalle concrete «pratiche» scientifico-tecnologiche messe in opera sulla base di interessi contingenti e relativi. Dopo aver dissodato i fondamenti di tale disciplina, così conclude l’autore in un linguaggio quanto mai chiaro e diretto: «Sono gli stati nazionali, sono i cartelli internazionali delle società produttrici e distributrici, sono gli interessi del capitale finanziario, è la logica del mercato e della borsa mondiale che, come abbiamo compreso, decidono via via quali sono i “materiali”, le loro “riserve”, le loro “fonti” preferibili, le loro elaborazioni tecnologicamente vantaggiose, i modi, i tempi e soprattutto i luoghi dei loro smaltimenti nocivi. Quindi il reale ciclo dei materiali non è affatto esaurito dallo schema che abbiamo sotto gli occhi: questa è una tipica finzione del naturalismo “oggettivistico” ed è una menzogna che ricopre una realtà ben più complessa: una realtà essenzialmente “politica” che ha in sé elementi esplosivi di conflittualità largamente “soggettivi” (niente affatto necessari o immodificabili) e storicamente contingenti […]. Ecco come la giusta e condivisibile preoccupazione di diffondere tra i giovani (e non solo) la cultura scientifica si traduce in una mostruosità culturale e in una per altro involontaria trasmissione di spirito dogmatico e acritico» (La materia delle cose, pp. 43-45). Viene qui chiaramente in luce il profondo intento che muove la più imponente opera di Carlo Sini, i sei volumi di Figure dell’Enciclopedia Filosofica: quello di elaborare una nuova «enciclopedia dei saperi», rifondando genealogicamente la cultura umanistica e scientifica e liberandola dai presupposti ideologici e dogmatici («metafisici» e «logocentrici») che ancora la abitano nel profondo e che agiscono nel suo tessuto restando inavvertiti. La prassi rivoluzionaria passa cioè attraverso quella che Wittgenstein avrebbe definito una «purificazione» del linguaggio dalle sue incrostazioni dogmatiche e storicamente determinate. Si tratta dunque di una rifondazione del sapere (lungi da qualsiasi intento «fondativo» in senso classico) che mira a una formazione (culturale ma anche scolastica) intesa come costante esercizio anti-ideologico di liberazione dai dogmi e dalle superstizioni storico-culturali scambiati per verità «in sè». È ciò che Sini chiama «rivoluzione etica» (cfr. Etica della scrittura, Il saggiatore, 1992) dove «etica» non sta per «morale» bensì per ethos (formazione, costume, habitus). Un ethos che sappia far fronte alle insidie dell’Apparato e alla strumentalizzazione biopolitica operata dal sistema scientifico-tecnico-economico ormai planetario, decostruendone il fondamento ideologico e il funzionamento interno. Compito quanto mai urgente, poichè «nella globalizzazione scientistica e capitalistica – si legge in Le arti dinamiche, p. 204 – è all’opera l’intento della palese regolamentazione dell’intera kinesis sociale: determinare la produzione e la riproduzione degli individui sociali secondo il criterio quantitativo dell’incremento lineare progressivo (moto uniformemente accelerato, se mai fosse possibile). A favore naturalmente di chi già ne detiene i vantaggi; spudoratamente e cinicamente a favore, ma con l’aggiunta, largamente bugiarda ma buona per gli illusi e per gli sciocchi, che questo sia infine il “bene” dell’intera umanità (sempre futura)».

Vi stupite che queste siano parole di Carlo Sini, emerito e distinto professore di Filosofia Teoretica dell’Università di Milano, brillante conferenziere e profondo conoscitore della opere di Platone e della semiotica peirceana, nonché Accademico dei Lincei? Ma è sufficiente addentrarsi nei suoi percorsi teoretici, superando la diffidenza verso il sofisticato linguaggio filosofico, per trovare, anche nelle sue opere più insospettabili e apparentemente lontane dall’orizzonte politico, gli strumenti di una rivoluzione ancora tutta da fare.







Postato da: Mancinelli a 11:21 | link | commenti |
politica, globalizzazione, filosofia, scienze, enciclopedia, severino, sini, capanna


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