Ogni enciclopedia si propone di fornire una sistemazione ordinata e coerente alla totalità dei saperi; l’enciclopedia Transito verità è forse l’unica enciclopedia che domanda quale sapere possa ordinare in maniera sistematica tutti gli altri, e dove quello debba collocarsi rispetto a questi, se tra di essi o al loro esterno. L’ultima opera di Carlo Sini, che fino ad ora si è articolata in sei volumi, i quali compendiano i rapporti della filosofia con altrettante discipline e ambiti tematici, è dunque un’opera per sua natura chiamata a render conto del proprio evento, e ad esplorarne le possibilità di significato a partire dall’indagine sulla sua origine. Proprio la problematicità coinvolta in questa sfida richiede all’opera di Sini di possedere una forte coerenza interna e anzi, per almeno due ordini di motivi diversi, è possibile affermare che si tratta del progetto più sistematico e organicamente comprensivo fino ad ora perseguito dal filosofo teoretico, nonché certamente uno tra quelli di più ampio respiro. Il primo motivo è che l’intero progetto si giova di una conduzione unitaria e compatta, costantemente ispirata dall’inesauribile esercizio di una vigorosa ma sottile pratica di ricerca genealogica. Quest’ultima è complessivamente intesa come navigazione in viaggio verso le origini dei saperi, come archeologia del senso: uno scavo che consente di seguire a ritroso il processo di stratificazione del pensiero, fino a far affiorare la valenza più primitiva e magmatica di quella nozione di verità che ci troveremmo altrimenti consegnata come cristallizzata e scontata. La genealogia si articola qui principalmente attraverso la cooperazione di tre differenti strategie: la prima, critica e decostruttiva, consiste nell’auscultare con il martello di Nietzsche la solidità dell’edificio dei saperi contemporanei, in modo da radiografarne le cavità, e scoprire le aporie, i paradossi e le superstiziose assunzioni sulle quali irriflessivamente le scienze e il senso comune erigono le propria fondamenta; la seconda, ermeneutica e semiotica, incalza un confronto con i luoghi archetipici del mito pre-filosofico, o della tradizione filosofica, o della letteratura scientifica, per lasciar emergere il canovaccio delle rispettive invenzioni narrative, insieme con la rete di motivazioni interne che determinano i loro impianti giustificativi; la terza, di orientamento pragmatistico e fenomenologico, è quella che riconduce gli oggetti filosofico-scientifici all’universo delle pratiche e all’abisso della ragione desiderante che lo anima: si tratta cioè dell’orizzonte cogente, ma sempre immanente, di un sostrato di abitualità intersoggettive e di usi pubblicamente condivisi che può direzionare l’orientamento teleologico della civiltà umana, conducendo quest’ultima a transitare attraverso quelle grandi soglie storico-epocali che segnano l’inizio e la fine di altrettante fasi fondamentali del suo sviluppo. Il succedersi irreversibile di queste soglie, però, non va considerato unicamente come una linea orizzontale su cui si dispongono sequenzialmente le fasi storiche o le rispettive soglie socio-politiche e culturali. Sini ci ricorda che il significato di ciascuna soglia o fase possibile può individuarsi soltanto traboccando da una differenza da una radicale interruzione, cioè dall’evento che viene inscritto dalla soglia nella storia: con la verticalità inattesa del suo accadere, ogni soglia storica o filosofica incide il segno della discontinuità più assoluta; è così che essa diviene produttrice delle proprie condizioni di insorgenza, retroflettendo il suo significato sulle soglie che l’hanno preceduta, rideterminandole tutte, e istituendo quindi, come pura distanza, il luogo senza luogo di una loro nuova origine. E’ per questo motivo che la genealogia, la ricerca dell’origine, non può dirsi veramente riuscita, e anzi non è propriamente mai iniziata, se non quando raggiunge il soggetto che opera la genealogia stessa, consumandolo nel movimento della sua stessa interrogazione: sollecitata da questa consapevolezza, l’opera di Sini non si esaurisce con l’esibizione dei limiti e della specificità culturale dell’edificio delle scienze europee, ma sottolinea anche come la stessa interrogazione sulle differenze costitutive fra tradizioni e saperi lontanissimi sia tutta quanta interna alla medesima circolazione dei saperi della tradizione filosofico-scientifica; tanto che circoscrivere l’ambito e i poteri della verità occidentale non implica il potersi collocare all’esterno di essa, sottraendosi al suo discorso, ma anzi frequentare più intensamente, dal suo interno, la domanda sulla sua stessa origine e sulle sue condizioni.
Il secondo motivo di sistematicità è che la fisionomia multiforme degli argomenti, dei temi e dei settori disciplinari investigati è intramata da una complessa geometria di figure speculative, di relazioni concettuali e di rimandi retorici, che si rincorrono con regolarità ritmica nel susseguirsi dei libri e all’interno di ciascuno di essi, formando una topografia armoniosa di segrete simmetrie, formazioni teoretiche e motivi lessicali ricorrenti, che possono essere considerati come deducibili linearmente ognuno dal precedente, oppure liberamente dislocabili in un estuario complessivamente aperto e passibile di ulteriori ramificazioni. La vocazione architettonica (o meglio: sinfonica) del progetto ritiene in sé, implicitamente, la memoria di altre celebri enciclopedie filosofiche: e principalmente, forse, di quella hegeliana, con la quale condivide il movimento diacronico di una narrazione nella quale si esplica il dipanarsi delle avventure del pensiero, seguito nel suo trascolorare in quelle figure e in quegli sfondi presso cui esso, di volta in volta, si incarna o dai quali, dialetticamente, si distacca. A differenza di quel che succede con l’impianto hegeliano dell’Assoluto, però, il percorso di Sini non si chiude mai in un definitivo acquietarsi dello Spirito che ritorna pienamente in se stesso e, piuttosto, si espone alla domanda sulle proprie condizioni di possibilità, abitando l’impegno di un’interrogazione costitutivamente errante, inconclusa, da intendersi come occasione di sempre rinnovato approfondimento problematico e di radicale discussione dei fondamenti del sapere contemporaneo. Per altro verso Transito verità eredita alcuni importanti motivi del progetto husserliano di un’enciclopedia fenomenologica dei saperi, di cui condivide l’attenzione per la polarità materiale dell’esperienza vivente, che va attinta nel fondo delle operazioni concrete, nella pragmatica di quegli atteggiamenti di fronte ai quali si rende disponibile la costituzione degli oggetti di conoscenza scientifica. Richiamandosi al progetto husserliano, e complementandolo con le istanze teoretiche del marxismo e del relazioniamo, lo stesso Enzo Paci, maestro di Sini, perseguì un simile progetto, cui diede una forma soprattutto nella sua ultima grande opera, del 1973, Idee per un’enciclopedia fenomenologica; leggendo il lavoro paciano subito dopo quello di Sini è impossibile non notare l’aria di famiglia che accomuna i due stili di ricerca, così come, al tempo stesso, non ci si può non accorgere di come il discorso di Sini si sia sviluppato seguendo una traiettoria in buona parte autonoma e alternativa. Abbiamo interrogato lo stesso Carlo Sini su questo punto.
Professor Sini, potrebbe esplicitare i caratteri di continuità e di differenza che avvicinano, o che contrappongono, il suo lavoro a quello precedentemente avviato da Paci?
Il progetto di Paci era un progetto che si riconduceva all’idea di fondazione fenomenologica e quindi di ricostituzione delle strutture dei saperi a partire dal mondo del precategoriagale, a partire dal mondo dell’esperienza vissuta, della Lebenswelt: per Paci si trattava insomma di rinvenire nell’esperienza della Lebenswelt le radici dei vari saperi nelle loro articolazioni storiche. Si tratta naturalmente di un progetto molto importante, un progetto che io stesso ho perseguito seguendo il magistero di Paci, dal quale ho imparato molto. La mia obiezione, o la mia differenza, consiste nel non essere convinto che si possa regredire ad un terreno di fondazione in qualche misura precategoriale e stabile, ma che di volta in volta noi decidiamo cos’è il precategoriale e cosa il categoriale; per questo motivo l’idea di enciclopedia che io invece seguo è quello di un esercizio circolare, cioè un labirinto dei saperi che si ricostituiscono in una scrittura che costantemente rimette in gioco se stessa.
La ricerca di Paci assumeva talvolta il carattere del diario, cioè di una forma di scrittura autobiografica che ha in primo luogo il carattere della contingenza storica e temporale, e poi anche un carattere personale-individuale. Non vi è anche nel Suo modo di condurre l’enciclopedia un richiamo al motivo di una scrittura narrante che testimonia della vita del proprio soggetto scrivente?
Indubbiamente per Paci la questione del diario è importante, e anche sottile e molto profonda, perché si ricollega secondo me al tema dell’essere presenti, in carne ed ossa e in prima persona, a quel che si fa qui e ora: si tratta di un tentativo di ricostruzione del soggetto come soggetto concreto, prendendo quindi distanza da ogni soggetto mitico idealizzato, come si dice nella Crisi delle scienze europee: il soggetto Fichte, il soggetto Kant… Non questo soggetto evidentemente, ma io stesso che sono qui impegnato nella temporalità del mio consumo, che è un altro tema importante di Paci: la concretezza del soggetto si ha nel consumo temporale che caratterizza la mia esistenza, ed ecco dunque la declinazione fenomenologica ed esistenzialistica del cammino di Paci. Si capisce, per questo, come il tema del diario non sia affatto uno psicologismo o un soggettivismo accidentale, ma anzi la rivendicazione della concretezza delle operazioni. Quindi quelle che si fanno in prima persona, quelle che compio proprio io. Tutto ciò è assai importante, ma rispetto a questo io insisto invece su ciò che ritengo ancora più importante: si tratta della questione genetica e genealogica, di matrice - diciamo - grosso modo nicciana. Quello che per me assume rilevanza maggiore non è tanto il fatto che io in carne ed ossa faccio queste operazioni, ma piuttosto la domanda è: da dove vengono queste operazioni? E da quali operazioni deriva il mio stesso io che domanda di esse? Quindi il diario diventa piuttosto, nella mia accezione, una “auto-bio-grafia”, cioè una riscrittura della propria vita a partire dalla domanda genealogica.
Non è forse vero, però, che ogni enciclopedia è per sua stessa natura un’impresa collettiva, intersoggettiva e, almeno formalmente, impersonale? E d’altra parte sembra essere sempre una persona, un soggetto filosofico, l’autore che scrive l’enciclopedia.
Sì e no. E’ sempre una persona per l’anagrafe, e sono sempre una moltitudine di persone per la genealogia. Si tratta proprio del tema al quale ho dedicato il mio ultimo lavoro su Spinoza, e che dovrebbe uscire in volume [Carlo Sini, Archivio Spinoza. La verità e la vita, Edizioni Ghibli, Milano – NdC]. Il tema di questa ricerca su Spinoza è: chi parla? Parla Spinoza, parlo io, e parla un’infinità di voci. Quindi c’è una verità pubblica per il soggetto, e poi c’è un evento della verità pubblica in cui sta il soggetto, un evento che è invece una molteplicità di voci, ma che non si può mai ridurre al significato pubblico, perché di fatto - pur dandosi a vedere nel pubblico - non si può distinguere, in quanto originariamente molteplice, all’interno del suo significato.
(tratto dalla rivista Chora)